ScriviLab

Gioco di scrittura collettiva

Un racconto scritto a più mani

Il gioco di scrittura collettiva funziona così:

  1. INIZIA DA QUI. Uno scrittore professionista scrive poco meno di dieci righe come incipit di un racconto e passa il testimone a chi lo vorrà raccogliere.
  2. Tutti possono raccogliere il testimone e aggiungere le proprie righe a quelle precedenti. Per raccogliere il testimone e far continuare il racconto, basta inviare le proprie righe alla mail di scrivilab42@gmail.com.
  3. Il team di ScriviLab sceglierà le righe che continueranno il racconto e rilancerà con: Continua tu…
  4. Di settimana in settimana, di riga in riga, il racconto si allungherà, prenderà pieghe inimmaginabili, trasportato dalle dieci righe scarse che gli appassionati scrittori manderanno di volta in volta.

Le regole del gioco

  1. È assolutamente obbligatorio divertirsi: gioca perché ti piace scrivere. Libera la tua fantasia e scrivi, senza alcuna paura di giudizio.
  2. Coinvolgi: invita i tuoi amici a partecipare, più siamo e più divertente sarà giocare.
  3. Zero limiti: puoi giocare tutte le settimane inviando sempre nuove righe, ma puoi anche, in modo parallelo, creare il tuo racconto e mandarcelo quando il gioco si sarà concluso. Sarà per noi un piacere leggerlo e chissà…
  4. Zero dubbi: se ti piace questo gioco ma hai ancora qualche dubbio, non rinunciare a giocare! Scrivi a scrivilab42@gmail.com e riceverai la risposta ai tuoi dubbi.

I racconti

L’incipit del primo racconto ci è stato gentilmente proposto da Vanni Santoni.

La fantasia e la passione degli scrittori che hanno aderito alla nostra iniziativa hanno portato a questo risultato.

Guardate il video qui di seguito per scoprire il primo racconto creato dal gioco di scrittura collettiva ScriviLab!

L’incipit del secondo racconto è stato proposto da Sergio Calcagnile.

Ecco le righe scelte dal nostro editor:

MORS TUA, VITA MEA
Far West Anno 1851

 

L’uomo si alzò da terra. Indossava pantaloni, camicia e stivali, luridi. Sentì un dolore alla base della gola, si toccò e notò sui polpastrelli del sangue raggrumato. Si rese conto di essere stato ferito, all’altezza del pomo d’adamo. Estrasse un fazzoletto nero, che solitamente teneva nel taschino per pulire la sua colt, e se lo legò intorno al collo, a protezione della gola. Quel duello con Black Death, era stato quasi letale. Il fuoco era ormai spento e la cenere si era sollevata, spargendosi per la zona circostante. Una fila di avvoltoi, a distanza di poche centinaia di metri, si erano avvicinati, pronti a avventarsi sul cadavere. Black Death giaceva a una ventina di metri di distanza. Era immobile, con il viso riverso a terra. Forse quel bastardo era morto. Lui, invece, era svenuto un attimo dopo aver fatto fuoco, colpito, per l’appunto, da una micidiale raffica di proiettili. Ma, per sua fortuna, era stato colpito solo di striscio.

L’uomo si avvicinò cauto al corpo. Aveva ricaricato la pistola e la stringeva in pugno, pronto a sparare. Quando si aveva a che fare con uno come Black Death la prudenza non era mai troppa, ma Black Death non si muoveva. Lo toccò una, due volte con la punta dello stivale, ma l’unico segno di vita era il lontano lamento di un coyote. I fatti si riducevano a poco: lui era vivo, con una ferita da niente; Black Death era morto, ma questo non contava. Vivo o morto, Black Death valeva sempre 5000 dollari.

L’uomo si guardava attorno con circospezione. Non poteva sbagliare, non in quel momento con Black Death. Black Death aveva seguaci sparsi in ogni angolo della vallata, in ogni locale o via limitrofa. Un solo errore poteva costargli 5000 dollari o forse la vita. L’uomo si guardava attorno con un senso di irrequietudine tenuta gelida. Nel frattempo gli avvoltoi si avvicinavano sempre più affamati. L’uomo indietreggiò pensando di lasciar fare a loro.

D’improvviso si alzò un forte vento che alzò vortici di sabbia, così irreale in quel luogo; sembrava quasi che gli spettri fossero venuti a prendere quel corpo esanime. Doveva trovare un modo per trascinarlo via e portarlo dallo sceriffo, la taglia sulla sua vita gli avrebbe fatto comodo: aveva rischiato di morire ma ora sarebbe iniziata la sua nuova vita. La dura legge del Far West questa volta girava a suo favore. Prima di cantare vittoria però doveva trovare una soluzione e doveva trovarla in fretta prima che le forze lo abbandonassero di nuovo e che gli avvoltoi avessero la meglio.

Sebbene non fosse superstizioso, sentì un brivido freddo accarezzargli la schiena. Il dito sottile di uno spettro parve sfiorargli la spina dorsale dal collo all’osso sacro. Sua madre, quand’era bambino, era solita dire che il vento portava novità: di che natura, non era dato sapere. Nessuno in famiglia dava peso alle sue parole; era una “selvaggia”, una mezzosangue Apache di cui suo padre si era innamorato follemente. Non si sarebbe detto guardando lui: i suoi occhi erano verdi e la zazzera di capelli che si ostinava a portare lunga fino al collo di color della paglia. L’unica eredità che portava di lei era un amuleto che teneva al collo, sotto la camicia, legato a un cordino di cuoio. Decise di affidarsi all’istinto abbracciando le poche gocce di sangue Apache che scorrevano nelle sue vene. Il vento avrebbe portato guai.

Dal ricordo emerse un suono, un fischio, quello che sua madre apache faceva uscire dalle labbra arse dal sole e dalla polvere per richiamare i cavalli. Aveva un dono speciale per gli animali, Alce Felice, parlava il loro stesso linguaggio, s’intendeva al volo con ogni specie d’uccello e di quadrupede, compresi i lupi. E lui, da bambino, la seguiva e la imitava, prima che lei svanisse chissà dove, forse nella morte, forse nelle montagne, dove lui non era riuscito a raggiungerla.

Ricordò quel suono, arricciò le labbra ed emise forte il fiato che saliva dai polmoni. Poi si fermò in ascolto. Niente.
Provò ancora e ancora si fermò.
Gli parve di udire qualcosa provenire dalle alture verso ovest.
Uno scalpitio.
Un fruscio.
Un soffio.
Cos’era?
Batteva il suo cuore forsennato e quasi si fermò di stupore vedendo scendere al galoppo un grande cavallo dal mantello scuro lucidissimo.

Si sentì salvo.

Il rumore degli zoccoli del cavallo si faceva sempre più vicino, ora poteva anche distinguerne la criniera al vento. No, non riusciva a vedere chi lo cavalcasse così bene, il sole lo accecava, ma su quel destriero qualcuno doveva pur esserci. Forse era meglio scansarsi, presto sarebbe stato troppo vicino e non riuscendo a vedere chi lo cavalcava era più prudente mettersi da parte. Con un balzo si spostò ma… una donna! Una donna cavalcava il cavallo? Una Apache?

La ragazza scese con destrezza e ora poteva constatare che si trattava di un’indiana. I suoi capelli, raccolti in lunghe trecce nere, erano lucidi sotto i raggi del sole cocente, la pelle liscia e ambrata si intravedeva sotto l’abito di stoffe colorate e leggere, ma gli occhi! Quegli occhi, neri anch’essi, ti leggevano l’anima con una tale intensità che solo con uno sguardo si sentì a casa. Sua madre era riuscita a insegnargli la lingua degli Apache, forse presagendo, o anche sperando, che un giorno gli sarebbe tornata utile.
«Onore a te, ragazza Apache, mi puoi aiutare? Non avere paura» le disse.
«Non ho paura di chi ci comprende» gli rispose tendendogli la mano. «Vieni con me.»
Anche lui, da quel giorno, non avrebbe più avuto paura di nessuno perché la parte più bella della sua vita doveva ancora arrivare…

 

L’incipit del terzo racconto è stato proposto dalle sorelle Maria Gabriella e Maria Beatrice Anania, autrici di Caosfera Edizioni.

Il cassetto delle cianfrusaglie

 

Ogni donna ne possiede uno. Il contenuto? Ci vorrebbe un mago, già avvezzo col suo cilindro, per poter raccapezzarsi in tutto quell’incredibile guazzabuglio. Pettini, vecchi rossetti, fermagli per capelli, elastici, ma anche cartoline, vecchi ritagli di giornali, fotografie datate, biglietti augurali ricevuti, manuali di ricette dalla copertina ormai quasi illeggibile, portachiavi perché, si sa, possono sempre servire, penne, foglietti di carta, vecchie agendine con numeri telefonici che attendono da anni di essere chiamati e le immancabili graffette, giacenti sul fondo ancora speranzose di essere utilizzate.

Gli uomini forse non sanno, ma questo cassetto è davvero prezioso per il gentil sesso e guai a suggerir loro di disfarsene. Esso rappresenta uno scrigno prezioso, dal potere consolatorio, rassicurante, ogni tanto lo si apre quando si spolvera il mobilio, lo si guarda teneramente, in taluni casi ci si azzarda persino a pensare che qualcosa si potrebbe buttare, magari per far posto a nuovi oggetti oppure, semplicemente, per riordinare. Solo un pensiero, per carità, tanto che, frettolosamente, ci si affretta a chiuderlo prima di altre malsane intenzioni. Il cassetto delle cianfrusaglie, però, quella sera non ne voleva sapere di chiudersi, qualcosa si era incastrato e Lisa cercò di riaprirlo. Ci riuscì e guardò con attenzione la foto che, sgualcita, cadde a terra. Recava una scritta sul retro…

…che diceva “Quando ancora credevamo che il mondo fosse nostro”.
La calligrafia era senza alcun dubbio quella di sua madre. L’avrebbe riconosciuta ovunque. Quante volte aveva falsificato la sua firma per saltare la scuola.
“Chissà come è finita qui” pensò Lisa. “Credevo che tutte le cose di mamma fossero bruciate insieme a lei.”
Girò la foto. Ritraeva due giovani uomini sorridenti su una spiaggia.
Uno lo riconobbe subito. Era lo zio Corrado, il fratello di mamma. L’altro non lo aveva mai visto. Un bel ragazzo. Alto, moro, muscoloso. Con un piccolo, strano neo sulla guancia sinistra.
Lisa alzò lo sguardo e vide il suo volto riflesso nello specchio sopra il comodino.
Il neo era lì, uguale nella forma ma non nella posizione.
Il suo era sulla guancia destra.

Lisa si guardò nuovamente allo specchio in cerca di altri dettagli. “E se mio padre non fosse il mio vero padre?” pensò per un secondo. Poi scosse la testa come per spazzare via un pensiero assurdo. I nei sono un particolare della pelle molto comune e hanno più o meno la stessa forma. Rimise la foto nel cassetto e lo chiuse per bene prima di tornare allo specchio. Con spazzola e phon dette una sistemata ai capelli che legò in una coda. Mascara, matita e ombretto completarono il rituale di bellezza. Il suono del clacson la fece uscire di corsa.

Davide era puntuale come sempre e manifestava il suo disappunto al ritardo cronico della fidanzata sbuffando e premendo il clacson ogni trenta secondi. I vicini di casa ormai erano abituati al concerto di ogni sera, mentre Lisa proprio non lo sopportava. Oggi però era inspiegabilmente pronta all’orario pattuito e partirono sulla decappottabile di lui alla volta del solito bar per un aperitivo con gli amici.

Durante il viaggio, Lisa ricevette un WhatsApp. Era sua madre.
Ti devo parlare. Domani puoi venire da me?
Una strana sensazione si impadronì della ragazza e non la abbandonò per tutta la serata.

Quando l’indomani arrivò davanti alla casa di sua madre, si accorse che la stava già aspettando con la porta socchiusa. La salutò con un bacio, poi si sedettero sull’ampio divano di pelle marrone.
«Mamma, prima che parli tu, vorrei farti vedere una foto che ho trovato nel cassetto.»
Per niente sorpresa, la madre le rispose con tono grave: «Sapevo che l’avresti trovata, è per questo che ti ho chiamata, certi argomenti sono delicati e volevo parlarti di persona.»
«Chi è l’uomo assieme allo zio Corrado? Mi somiglia e ha un neo sulla guancia proprio come me.» Sperava che i suoi dubbi venissero fugati con una risata o una frase netta che non desse adito a malintesi. La mamma invece sembrava dispiaciuta e si voltò un attimo per cancellare una fugace lacrima.
«Non saprei da dove iniziare. Però sei qui per questo, ormai sei grande ed è mio dovere spiegare come stanno le cose» le disse guardandola negli occhi. Lisa fece un lento segno di assenso con la testa.
Nel silenzio più totale, la donna iniziò il suo racconto.

«Erano gli anni Sessanta, anni di protesta, di trasgressione. Tutti erano bramosi di disobbedire. Lo incontrai al matrimonio di un mio amico d’infanzia, lui era il suo testimone. Sembrava un Apollo sceso dall’Olimpo nel suo completo grigio, camicia bianca e cravatta blu, una mise perfetta. Lo notai al ricevimento, in chiesa non mi ero accorta di quanto fosse affascinante. Alto, slanciato, capelli scuri e occhi di un nero pesto, labbra rosse e carnose. Cercavo di attirare la sua attenzione pavoneggiandomi nel mio tailleur azzurro cielo confezionato con precisione da nonna per l’occasione. Poi lui mi si avvicinò abbozzando un sorriso mentre fingevo di essere interessata al gusto di un pasticcino…»

Ora continua tu…

Per partecipare al gioco, invia le tue righe a scrivilab42@gmail.com!

Patrocinio Caldogno ScriviLab

Con il Patrocinio del Comune di Caldogno

Perché ScriviLab?

 

ScriviLab è il gioco nato all’interno del progetto Laboratorio di Scrittura Costruttiva – 3 percorsi formativi per chi ha un sogno nel cassetto: scrivere un libro e vederlo pubblicato.

  • Laboratorio step 1 – Scrittura di un racconto e pubblicazione di un’Antologia di racconti;
  • Laboratorio step 2 – Scrittura del mio primo libro e pubblicazione dell’opera;
  • Laboratorio step 3 – Vorrei fare l’Editor di professione.

Se vuoi saperne di più del Laboratorio di Scrittura Costruttiva scrivi a scrivilab42@gmail.com.

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